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Quando il capitalismo usa lo yoga

Una pratica nata anche per interrogarci sul desiderio, sul senso e sul modo di vivere può diventare uno strumento per farci funzionare meglio dentro il sistema.

Lo yoga funziona. Ed è proprio questo che dovrebbe metterci un po’ a disagio.

Può aiutarci a respirare meglio, a dormire, a riconoscere le tensioni del corpo, a gestire lo stress e a sviluppare una maggiore consapevolezza di noi stessi. Può offrire strumenti preziosi per attraversare situazioni difficili, ritrovare stabilità e migliorare concretamente la qualità della vita.

Sono benefici che conosco attraverso la mia pratica e attraverso il lavoro quotidiano con le persone.

Eppure, da qualche tempo, continuo a interrogarmi su un aspetto di questa efficacia: che cosa accade quando una pratica capace di aiutarci a vivere meglio viene inserita in un sistema economico che ha bisogno proprio di persone capaci di funzionare meglio?

La domanda nasce osservando il mondo dello yoga contemporaneo, ma riguarda qualcosa di più ampio: il modo in cui il capitalismo ha imparato a incorporare il benessere, la spiritualità e persino il nostro desiderio di sottrarci alle pressioni della vita quotidiana.

Lo yoga è anche un mercato

Oggi lo yoga è parte di un grande ecosistema economico fatto di scuole, abbonamenti, corsi di formazione, certificazioni, retreat, festival, applicazioni, piattaforme digitali, abbigliamento, accessori e prodotti dedicati al benessere.

In questo mercato operano insegnanti indipendenti, piccoli centri, grandi aziende, investitori e marchi internazionali. Attorno alla pratica si è sviluppata un’industria che utilizza strumenti di comunicazione, strategie commerciali e linguaggi sempre più sofisticati.

Ma il punto che vorrei affrontare non riguarda semplicemente la presenza del denaro nello yoga.

Insegnare è un lavoro. Organizzare una formazione o un retreat comporta costi, competenze e responsabilità. Le persone che dedicano la propria vita a trasmettere una disciplina devono poter essere retribuite dignitosamente.

Nemmeno credo che esista uno yoga originariamente puro, rimasto immutato per millenni, che il capitalismo avrebbe improvvisamente contaminato.

La storia dello yoga è molto più complessa. Gli studi di Elizabeth De Michelis, Joseph Alter, Mark Singleton e Andrea Jain, tra gli altri, hanno mostrato quanto lo yoga moderno sia stato attraversato da trasformazioni culturali, sociali, religiose e politiche. La sua diffusione globale è anche il risultato di incontri tra tradizioni indiane, cultura fisica moderna, processi coloniali e successive reinterpretazioni.

Lo yoga si è trasformato molte volte e continuerà a farlo.

La questione che mi interessa è quindi comprendere quali forze orientano oggi queste trasformazioni e quali aspetti della pratica vengono privilegiati rispetto ad altri.

Perché il capitalismo contemporaneo non si limita a vendere prodotti legati allo yoga. Può incorporare alcuni dei suoi insegnamenti, dei suoi simboli e delle sue promesse all’interno di una precisa idea di individuo.

Un individuo sano, resiliente, adattabile, capace di gestire autonomamente le difficoltà e di mantenere elevata la propria capacità di produrre.

Dalla pratica al prodotto, dalla persona al consumatore

Quando una disciplina entra nel mercato deve diventare riconoscibile, comunicabile e, almeno in parte, standardizzabile.

Nascono così metodi, stili, programmi, certificazioni e format. Una lezione diventa un servizio, una formazione un titolo professionale, un retreat un’esperienza da acquistare.

Questo processo non è necessariamente negativo. Può rendere la pratica più accessibile, favorirne la diffusione e permettere alle persone di incontrare insegnamenti che altrimenti rimarrebbero lontani.

Ma introduce inevitabilmente una selezione.

Alcuni aspetti dello yoga sono più facili da comunicare e vendere: un corpo flessibile, una postura complessa, il rilassamento, la riduzione dello stress, una maggiore energia, un’esperienza trasformativa.

Altri sono decisamente meno attraenti dal punto di vista commerciale.

La rinuncia, il contenimento del desiderio, il confronto con i propri attaccamenti, la disciplina, il silenzio, l’accettazione dei limiti, la possibilità di non ottenere ciò che vogliamo.

Questi aspetti non scompaiono necessariamente, ma spesso rimangono sullo sfondo.

E così una pratica complessa, che nelle sue diverse tradizioni ha posto domande profonde sull’esistenza e sulla liberazione, può essere progressivamente raccontata soprattutto attraverso i benefici che promette al singolo individuo.

Il mercato, inoltre, non vende soltanto cose.

Vende identità.

Acquistando determinati prodotti o partecipando a determinate esperienze possiamo sentirci parte di un certo modo di vivere. Consapevole, naturale, spirituale, sostenibile, autentico.

Il tappetino, l’abbigliamento, il retreat in un luogo esotico o la formazione con un insegnante particolarmente conosciuto possono diventare anche strumenti attraverso cui costruiamo e comunichiamo la nostra immagine.

Perfino l’autenticità diventa un valore commerciale.

Parole come tradizionale, antico, sacro, vedico e ayurvedico evocano profondità e appartenenza a una conoscenza millenaria. Possono indicare riferimenti culturali autentici, ma possono anche diventare elementi di marketing capaci di aumentare il valore percepito di un prodotto.

La contraddizione comincia quando il desiderio di entrare in relazione con una tradizione spirituale viene utilizzato soprattutto per alimentare nuovi desideri di consumo.

Quando la cura di sé diventa un dovere

C’è però un aspetto ancora più profondo della relazione tra yoga e capitalismo contemporaneo.

Non riguarda ciò che acquistiamo, ma il modo in cui impariamo a considerare noi stessi.

Nella cultura neoliberale la persona viene sempre più spesso invitata a comportarsi come un’impresa da amministrare.

Il corpo, la salute, la concentrazione, l’energia, il tempo e perfino le emozioni diventano risorse da ottimizzare.

Dobbiamo essere produttivi, ma anche equilibrati. Ambiziosi, ma capaci di gestire lo stress. Disponibili, ma consapevoli dei nostri bisogni. Efficienti, ma sufficientemente rilassati da non esaurirci.

In questo scenario lo yoga può diventare uno strumento perfettamente compatibile con le esigenze del sistema.

Non occorre immaginare qualcuno che manipoli deliberatamente la pratica. È sufficiente osservare come alcuni dei suoi benefici possano essere incorporati nelle aspettative che già governano la nostra vita.

Cominciamo a dirci:

Devo meditare.

Devo respirare meglio.

Devo imparare a gestire lo stress.

Devo essere più presente.

Devo prendermi cura di me.

Devo migliorare.

Quel devo mi sembra particolarmente interessante.

Perché qualcosa che potrebbe aiutarci a riconoscere le nostre condizioni interiori rischia di trasformarsi in un ulteriore compito.

Anche la cura di sé diventa una prestazione.

La meditazione deve renderci più concentrati. Il riposo deve essere efficace. Il sonno deve rigenerarci. La respirazione deve aiutarci a gestire le emozioni. La pratica deve produrre benefici misurabili.

E quando non riusciamo a stare bene possiamo arrivare a sentirci responsabili anche di questo fallimento.

Non siamo stati abbastanza disciplinati, abbastanza consapevoli, abbastanza capaci di utilizzare gli strumenti a nostra disposizione.

La sofferenza rischia così di essere interpretata prevalentemente come un problema individuale, qualcosa che ciascuno deve imparare ad amministrare attraverso comportamenti più adeguati.

È una prospettiva che merita di essere interrogata.

Perché non tutto ciò che ci fa stare male nasce da un’incapacità personale.

Rendere sopportabile ciò che ci consuma

Se il lavoro ci stressa, possiamo fare yoga.

Se non riusciamo a concentrarci, possiamo meditare.

Se siamo continuamente sovraccarichi, possiamo imparare a regolare il respiro e a gestire meglio le emozioni.

Sono strumenti utili. A volte indispensabili.

Ma che cosa succede se diventano soprattutto il modo attraverso cui riusciamo a tollerare condizioni di vita che forse dovrebbero essere messe in discussione anche sul piano sociale, politico ed economico?

Pensiamo a una persona che lavora continuamente, che dispone di poco tempo, che vive sotto una forte pressione economica o professionale.

La pratica yoga potrebbe aiutarla a riconoscere la propria stanchezza, ad ascoltare i segnali del corpo e a comprendere che qualcosa nella sua vita necessita di un cambiamento.

Oppure potrebbe essere utilizzata principalmente per permetterle di recuperare rapidamente le energie e tornare a sostenere lo stesso ritmo.

Entrambe le possibilità sono reali.

La differenza è importante.

Nel primo caso la pratica contribuisce ad ampliare la consapevolezza e, potenzialmente, la libertà di scegliere.

Nel secondo rischia di diventare uno strumento attraverso cui adattarci a condizioni che continuano a consumarci.

È un paradosso che attraversa una parte importante della cultura contemporanea del benessere.

Un sistema contribuisce a produrre determinate forme di stress e poi offre strumenti, servizi ed esperienze per aiutarci a gestirle.

Naturalmente sarebbe semplicistico sostenere che il capitalismo sia l’unica causa del nostro disagio. Le difficoltà psicologiche ed esistenziali hanno origini molteplici, spesso profondamente personali.

Ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare quanto le condizioni materiali, l’organizzazione del lavoro, la precarietà e le aspettative sociali influenzino il nostro benessere.

Lo yoga può aiutare una persona ad affrontare lo stress senza che questo significhi necessariamente accettare tutto ciò che lo produce.

Eppure, se l’attenzione si concentra esclusivamente sulla capacità individuale di gestire il disagio, rischiamo di lasciare intatte le condizioni che contribuiscono a generarlo.

La promessa di diventare migliori

Osservando il linguaggio utilizzato da una parte dell’industria del benessere troviamo continuamente riferimenti alla trasformazione personale.

Diventa la versione migliore di te.

Raggiungi il tuo potenziale.

Ritrova la tua energia.

Trasforma la tua vita.

Queste promesse non sono necessariamente false. Una pratica può realmente modificare il nostro rapporto con noi stessi e con il mondo.

Ma trovo interessante il modo in cui la trasformazione viene spesso rappresentata come un percorso continuo di miglioramento.

Dobbiamo essere sempre un po’ più forti, più sani, più flessibili, più equilibrati, più consapevoli.

Anche spiritualmente migliori.

La ricerca interiore viene così avvicinata alla stessa logica di crescita che governa altri ambiti della vita contemporanea.

Eppure alcune delle tradizioni dello yoga pongono domande differenti.

Negli Yoga Sūtra di Patañjali troviamo, per esempio, aparigraha, il non-possesso o non-accumulo, e saṃtoṣa, la contentezza.

Naturalmente questi concetti appartengono a un sistema filosofico preciso e non possono essere trasformati automaticamente in slogan contro il capitalismo.

Ma possono aiutarci a interrogare il nostro rapporto con il desiderio.

Quanto di ciò che cerchiamo nasce da un bisogno reale?

Quanto dalla sensazione di non essere ancora abbastanza?

E che cosa accadrebbe se, almeno per un momento, non dovessimo diventare una versione migliore di noi stessi?

Il mercato si alimenta anche della nostra continua ricerca di qualcosa che manca.

Un oggetto, un’esperienza, un corso, una formazione, un viaggio, un corpo diverso, una nuova identità.

E quando persino la ricerca spirituale viene raccontata prevalentemente come un percorso verso una versione migliore di noi, anche la liberazione può trasformarsi in qualcosa da acquistare.

Il mio posto dentro questa contraddizione

Questa riflessione riguarda direttamente anche me.

Insegno yoga, organizzo incontri, propongo corsi, trattamenti, retreat e percorsi formativi. Comunico il mio lavoro, utilizzo i social, preparo contenuti e cerco di raggiungere persone che potrebbero trovare beneficio in ciò che offro.

Devo poter vivere del mio lavoro.

E desidero che questa attività sia economicamente sostenibile, anche perché una maggiore stabilità materiale può permettermi di dedicare più tempo allo studio, alla pratica e all’insegnamento.

Non credo che ci sia una contraddizione insanabile tra spiritualità e sostentamento economico.

La questione nasce quando mi domando quanto le logiche del mercato inizino a orientare ciò che insegno, il modo in cui lo racconto e le promesse che faccio alle persone.

Quando preparo una lezione, sto cercando di offrire ciò che ritengo utile alla pratica o ciò che potrebbe essere maggiormente apprezzato?

Quando organizzo un retreat, quanto spazio lascio alla profondità dell’esperienza e quanto alla necessità di renderla desiderabile e vendibile?

Quando comunico sui social, quanto del linguaggio che utilizzo nasce da una riflessione autentica e quanto dal desiderio di attirare attenzione?

Sono domande che non rivolgo soltanto agli altri.

Le rivolgo prima di tutto a me stesso.

Perché sarebbe troppo facile criticare la commercializzazione dello yoga immaginando di poterne rimanere completamente fuori.

Siamo tutti, in misura diversa, coinvolti in queste dinamiche.

E probabilmente il lavoro più interessante consiste proprio nel riconoscerle, senza fingere che non esistano.

Lo yoga può ancora essere uno spazio di resistenza?

Credo di sì.

Anzi, forse proprio la sua straordinaria compatibilità con alcune esigenze della società contemporanea rende ancora più importante interrogarsi sulle possibilità che conserva di andare in una direzione differente.

Lo yoga può aiutarci a essere più efficienti, ma può anche insegnarci a riconoscere quando non vogliamo più esserlo.

Può renderci più resilienti, ma può anche farci comprendere che non tutto deve essere sopportato.

Può migliorare la nostra capacità di concentrazione, ma può anche aiutarci a osservare perché sentiamo continuamente il bisogno di essere produttivi.

Può offrirci strumenti per gestire lo stress e, nello stesso tempo, renderci più consapevoli delle condizioni che lo generano.

Una pratica può quindi contribuire all’adattamento, ma può anche aprire uno spazio di interrogazione.

Penso, per esempio, al tempo che trascorriamo in una posizione senza cercare continuamente di migliorarla. All’esperienza del limite. Alla possibilità di osservare un desiderio senza soddisfarlo immediatamente. Al riposo che non deve servire necessariamente a essere più produttivi in seguito.

Sono gesti apparentemente piccoli, ma in una società che ci invita continuamente a fare, acquistare, migliorare e ottimizzare, possono assumere un significato particolare.

Non perché una lezione di yoga sia automaticamente un atto politico di resistenza. Sarebbe una semplificazione romantica.

Ma perché la pratica può offrirci strumenti per riconoscere i meccanismi attraverso i quali costruiamo la nostra relazione con il mondo.

E questa maggiore consapevolezza può influenzare anche il modo in cui lavoriamo, consumiamo, scegliamo e ci relazioniamo agli altri.

Chi sta usando chi?

Non credo che la risposta sia smettere di vendere corsi, chiudere i centri yoga o considerare meno autentica qualsiasi esperienza che abbia un costo.

Il problema non è il mercato in sé.

Il problema emerge quando le sue logiche diventano il criterio principale attraverso il quale definiamo il valore della pratica.

Quando ciò che può essere venduto acquista maggiore importanza di ciò che è difficile comunicare.

Quando la profondità viene sostituita dalla promessa di una trasformazione immediata.

Quando la cura di sé diventa un’altra forma di prestazione.

Quando la ricerca di libertà interiore viene utilizzata soprattutto per renderci più adattabili alle richieste esterne.

Forse dovremmo imparare a osservare queste contraddizioni senza cercare necessariamente una risposta semplice.

Lo yoga è una tradizione viva, attraversata da cambiamenti e interpretazioni differenti. Può assumere significati diversi a seconda delle persone, dei contesti e delle finalità con cui viene praticato.

Ma proprio per questo credo sia importante continuare a domandarci quali direzioni stiamo scegliendo.

Perché il rischio più interessante, e forse più difficile da riconoscere, non è che il capitalismo distrugga lo yoga.

È che impari a utilizzarlo perfettamente.

Che ne selezioni gli aspetti più funzionali, ne incorpori il linguaggio e trasformi perfino il nostro desiderio di liberarci in un’occasione di consumo.

E allora la domanda che continuo a portarmi dietro è questa:

Stiamo utilizzando lo yoga per vivere con maggiore consapevolezza e libertà, oppure stiamo imparando a utilizzare lo yoga soprattutto per funzionare meglio dentro un sistema che raramente ci lascia il tempo di domandarci come vogliamo vivere?

Una risposta definitiva probabilmente non esiste.

Ma credo che continuare a porci questa domanda faccia già parte della pratica.

Ogni pratica lascia un’eco, qui provo a darle una voce.

Matteo Franceschini