Tecnologia, solitudine e yoga come esperienza di comunità
All’ultimo Cerchio di Uomini, un progetto che porto avanti da quasi un anno con Federico Cardelli, ci siamo ritrovati a Òra Yoga Fest. A un certo punto ci siamo presi per mano. Ci siamo guardati negli occhi, abbiamo condiviso qualcosa di noi e, soprattutto, siamo rimasti.
Ciò che mi ha colpito è questa parola: rimanere.
Restare in uno spazio insieme ad altre persone, alcune delle quali sconosciute, accettando il silenzio, qualche esitazione, forse persino un po’ di imbarazzo. Senza avere necessariamente qualcosa di interessante da raccontare, senza dover dimostrare nulla. Semplicemente esserci, disponibili all’incontro.
Non so cosa abbia provato ciascuno dei partecipanti. Posso soltanto raccontare ciò che è accaduto e quello che quell’esperienza ha suscitato in me. Mi sono chiesto quanto spazio lasciamo, nelle nostre vite, a momenti come questo. E quanto siamo ancora disponibili a incontrare qualcuno senza sapere in anticipo che cosa succederà.
Viviamo in un tempo in cui possiamo raggiungerci quasi ovunque e in qualsiasi momento. Un messaggio attraversa il mondo in pochi secondi, possiamo parlare con persone lontane migliaia di chilometri, partecipare a gruppi, seguire comunità e condividere quotidianamente frammenti della nostra esistenza.
Ma essere raggiungibili significa essere disponibili? E soprattutto, quanto della nostra comunicazione diventa realmente relazione?
Connessi, ma quanto vicini?
Sherry Turkle, sociologa e psicologa del MIT, studia da molti anni il rapporto tra tecnologia, identità e relazioni umane. Nei suoi libri Alone Together e Reclaiming Conversation descrive una trasformazione interessante: la comunicazione digitale ci permette di mantenere numerosi contatti, ma anche di controllare con maggiore precisione il modo in cui ci presentiamo agli altri.
Possiamo scegliere le parole, correggerle, aspettare prima di rispondere, mostrarci quando ci sentiamo pronti. Possiamo perfino sottrarci a una conversazione senza attraversare il disagio di interromperla apertamente.
L’incontro diretto è spesso meno prevedibile. Ci sono i silenzi, le espressioni del volto, le reazioni inattese. Ci sono le parole che escono male e quelle che fatichiamo a trovare. C’è la possibilità di essere fraintesi, ma anche quella di sentirci compresi in un modo che non avevamo previsto.
Turkle ci invita a riflettere proprio su questa ricerca di controllo. Naturalmente la tecnologia offre anche possibilità preziose. Per molte persone rappresenta uno strumento fondamentale per mantenere legami, superare distanze, trovare ascolto e sentirsi parte di una comunità. Un’amicizia nata online può essere profonda quanto una relazione costruita nella quotidianità.
La questione riguarda la qualità della nostra disponibilità all’altro. Possiamo comunicare continuamente senza trovare occasioni di ascolto profondo, così come possiamo stare fisicamente vicini senza incontrarci davvero.
Secondo il rapporto From Loneliness to Social Connection, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2025, circa una persona su sei nel mondo sperimenta solitudine.
È un dato significativo, che richiede però una distinzione. L’isolamento sociale riguarda la scarsità oggettiva delle relazioni; la solitudine è invece un’esperienza soggettiva, la percezione dolorosa di una distanza tra i legami che abbiamo e quelli di cui sentiamo il bisogno.
Possiamo sentirci soli in mezzo a una folla, all’interno di una famiglia o di una relazione. E possiamo trascorrere molto tempo da soli senza soffrire la solitudine. Una distinzione che trovo particolarmente importante nello yoga, dove conosciamo anche il valore del raccoglimento, del silenzio e della dimensione individuale della ricerca.
Le cause della solitudine, inoltre, sono complesse: condizioni di lavoro, disuguaglianze economiche, salute, trasformazione degli spazi collettivi, esperienze personali ed esclusione sociale contribuiscono a modellare le nostre possibilità di relazione. Sarebbe troppo facile attribuire tutto agli smartphone, immaginando magari un passato in cui le persone fossero necessariamente più vicine e solidali.
Forse dovremmo interrogarci sul tipo di società che stiamo costruendo e sullo spazio che, al suo interno, rimane per le relazioni umane.
Il tempo dell’altro
Il sociologo e filosofo tedesco Hartmut Rosa offre una prospettiva che trovo particolarmente interessante.
Nei suoi studi sull’accelerazione sociale descrive una modernità caratterizzata dalla crescente velocità tecnologica, dalla rapidità dei cambiamenti e dalla pressione ad ampliare continuamente le esperienze, le attività e le possibilità della nostra vita.
La tecnologia ci permette di risparmiare tempo, ma insieme alle possibilità aumentano spesso anche le aspettative: più informazioni, più occasioni da cogliere, più attività da organizzare, più esperienze da vivere. La disponibilità continua rischia così di trasformarsi in una richiesta continua.
Questa pressione non riguarda tutti allo stesso modo, né significa che ogni aspetto della vita quotidiana sia necessariamente più veloce rispetto al passato. Rosa ci invita piuttosto a osservare come l’accelerazione possa modificare il nostro rapporto con il mondo.
E le relazioni possiedono tempi che sfuggono facilmente alla programmazione. Una conversazione può prendere una direzione inattesa, un’amicizia attraversare lunghi silenzi, qualcuno può avere bisogno di essere ascoltato proprio quando avevamo previsto di fare altro.
La presenza richiede anche la disponibilità ad accogliere un tempo che non dipende interamente da noi.
Ed è qui che Rosa introduce un concetto molto importante, quello di risonanza.
Nel suo pensiero, la risonanza descrive una particolare qualità della nostra relazione con il mondo. Qualcosa ci raggiunge, ci tocca, suscita una risposta. Partecipiamo attivamente all’incontro, sentiamo che la nostra voce può entrare in relazione con ciò che abbiamo davanti e, attraverso quello scambio, qualcosa può trasformarsi nel nostro modo di percepire noi stessi o la realtà.
Ma c’è una caratteristica ancora più interessante: la risonanza è indisponibile. Non possiamo produrla a comando, possederla o garantirla. Possiamo favorire le condizioni di un incontro significativo, ma ciò che accadrà conserverà sempre una parte di imprevedibilità.
Rosa distingue diverse dimensioni della risonanza. Quella orizzontale riguarda soprattutto le relazioni con le altre persone: amicizie, affetti, rapporti familiari e vita collettiva. È la dimensione che mi interessa maggiormente.
Una relazione viva richiede che l’altro possa raggiungerci con la propria voce, sorprenderci, contraddirci, modificare qualcosa delle nostre convinzioni. La risonanza non coincide necessariamente con l’armonia, con l’accordo o con un’emozione piacevole. Possiamo essere profondamente coinvolti anche in un incontro difficile.
Pensiamoci: possiamo acquistare un viaggio, partecipare a un evento, prenotare un retreat, scegliere un luogo bellissimo e organizzare ogni dettaglio di un’esperienza. Possiamo decidere l’ambiente, la musica, le attività, persino le modalità attraverso cui le persone saranno invitate a condividere qualcosa.
Possiamo comprare un’esperienza, ma non ciò che quell’esperienza ci farà provare.
Questa riflessione mi riporta inevitabilmente allo yoga.
Anche lo yoga può lasciarci soli
Immaginiamo una sala con trenta tappetini. Trenta persone respirano, si muovono, ascoltano la voce di un insegnante. Condividono uno spazio, un orario e talvolta gli stessi gesti. Eppure ciascuno può attraversare quella lezione senza incontrare realmente nessuno.
È un aspetto che merita attenzione, soprattutto in un mondo dello yoga che parla spesso di comunità, unione, ascolto e consapevolezza.
Una pratica può diventare un’esperienza fortemente individualizzata, nella quale tutta l’attenzione converge sul proprio corpo, sul miglioramento personale, sulla capacità di raggiungere una posizione o di ottenere un risultato. Anche in gruppo possono svilupparsi confronto, competizione, insicurezza e distanza.
La dimensione individuale della pratica possiede naturalmente un valore profondo. Non occorre instaurare un’amicizia per rendere significativa una lezione. Eppure, quando proponiamo lo yoga come esperienza condivisa, credo sia importante chiederci quale qualità relazionale stiamo contribuendo a coltivare.
Negli Yoga Sūtra, al verso I.33, Patañjali presenta quattro atteggiamenti attraverso i quali favorire la serenità e la chiarezza della mente: maitrī, amicizia o benevolenza; karuṇā, compassione; muditā, gioia partecipe; upekṣā, equanimità. Si tratta di atteggiamenti da coltivare rispettivamente verso la felicità, la sofferenza, le azioni virtuose e quelle non virtuose degli altri.
Il testo appartiene a un contesto storico e filosofico molto diverso dalle nostre moderne comunità yoga. Tuttavia, contiene un’intuizione importante: il modo in cui ci rapportiamo agli altri influenza anche la qualità della nostra esperienza interiore.
Anche gli yama, a partire da ahiṃsā, la nonviolenza, richiamano una dimensione etica che attraversa necessariamente le nostre azioni e le nostre relazioni.
Mi domando allora che cosa accadrebbe se dedicassimo alla qualità dei nostri rapporti almeno una parte dell’attenzione che riserviamo alla precisione delle posture.
Condividere un ritmo, muoversi insieme, cantare, rispettare le pause e i tempi degli altri può offrire occasioni di connessione. La ricerca sulla sincronia interpersonale suggerisce che alcune attività coordinate possano favorire cooperazione e legami sociali. Questo, naturalmente, non dimostra che praticare yoga insieme produca automaticamente relazioni profonde.
Molto dipende da come vengono accolte le persone, da quanto si sentono rispettate, dalla libertà che hanno di partecipare e dal modo in cui vengono riconosciute le differenze.
Una comunità accogliente dovrebbe lasciare spazio anche a chi preferisce rimanere in silenzio, a chi fatica a condividere qualcosa di personale, a chi ha bisogno di maggiore distanza o semplicemente vive l’incontro in maniera diversa.
Possiamo organizzare una comunità?
Questo ci porta a una considerazione che riguarda anche chi, come me, vive e lavora in questo mondo.
Insegno yoga, organizzo incontri, corsi e retreat. Una parte del mio lavoro consiste proprio nel creare spazi e occasioni in cui le persone possano praticare, conoscersi e condividere esperienze.
Negli ultimi anni anche l’appartenenza è diventata qualcosa che viene frequentemente proposta e venduta. Retreat, festival, percorsi collettivi ed esperienze immersive promettono connessione, autenticità e trasformazione. Possono essere occasioni preziose, costruite con cura, competenza e responsabilità.
Eppure la riflessione di Rosa ci pone davanti a un limite interessante.
Possiamo preparare un luogo, facilitare la condivisione, guidare una pratica, proporre strumenti. Possiamo creare le condizioni affinché le persone si sentano accolte, libere e rispettate. Ma la relazione rimane qualcosa che supera il nostro progetto.
Anche le comunità spirituali possono sviluppare gerarchie, conformismo, esclusione e aspettative implicite. A volte perfino la vulnerabilità rischia di trasformarsi in qualcosa da esibire: raccontare la propria sofferenza, aprirsi, emozionarsi davanti agli altri può diventare una pressione più o meno esplicita.
L’intimità richiede libertà. E la libertà comprende anche la possibilità di non condividere.
È una responsabilità che sento particolarmente nel mio lavoro. Posso immaginare una pratica, condurre una meditazione o accompagnare un cerchio, ma devo rispettare ciò che rimane fuori dalla mia possibilità di controllo: la storia delle persone, la loro sensibilità, i loro confini e il significato che ciascuno attribuirà all’esperienza.
In fondo, insegnare significa anche saper lasciare spazio a qualcosa che non dipende interamente da noi.
Rimanere
Ripenso allora a quel Cerchio di Uomini, alla sabbia sotto di noi, alle mani che si sono incontrate, agli sguardi.
Non so se quel giorno sia accaduto qualcosa che Hartmut Rosa definirebbe risonanza. Sarebbe scorretto interpretare dall’esterno l’esperienza di tutti. So però che abbiamo condiviso un tempo e uno spazio e che, almeno per un momento, abbiamo accettato di rivolgerci gli uni agli altri.
Siamo rimasti.
Quella parola continua a interrogarmi perché riguarda qualcosa che va ben oltre lo yoga. Rimanere durante una conversazione difficile. Accettare che un’altra persona abbia bisogno di tempo. Ascoltare un’opinione diversa dalla nostra. Rinunciare, qualche volta, all’urgenza di rispondere, risolvere, consigliare. Riconoscere che l’altro possiede un’esistenza che supera le nostre aspettative.
Forse la comunità comincia anche da questi gesti ordinari, dal modo in cui abitiamo gli spazi, accogliamo qualcuno, condividiamo il tempo e rispettiamo le differenze.
La tecnologia continuerà a offrirci possibilità straordinarie di comunicazione. Lo yoga continuerà a proporci strumenti preziosi per conoscere noi stessi. Ma la qualità delle nostre relazioni rimarrà una questione aperta, che riguarda tanto le nostre scelte quanto le condizioni sociali in cui viviamo.
E allora torno a chiedermi quanto siamo ancora disposti a lasciare che qualcuno entri nella nostra vita senza avere già deciso che cosa dovrà darci, insegnarci o come dovrà farci sentire.
Siamo ancora capaci di rimanere abbastanza a lungo da permettere a un incontro di accadere?
Ogni pratica lascia un’eco, qui provo a darle una voce.
Matteo Franceschini