Prima della forma viene una direzione: costruire una pratica significa sapere dove andare, senza smettere di guardare chi abbiamo davanti
Quando preparo una lezione, spesso ho già un’idea. Una direzione, uno scopo. Può essere una postura che voglio esplorare, ma anche una qualità del respiro, un prāṇāyāma, una meditazione, un canto, un mantra oppure un concetto che desidero attraversare nella pratica.
Quello scopo orienta tutto il resto. Solo dopo scelgo gli strumenti: gli āsana, il respiro, le pause, le ripetizioni, ciò che viene prima e ciò che viene dopo. Costruisco una pratica che abbia una logica interna, una progressione, una direzione.
Ma quella pratica, per quanto accuratamente pensata, non è ancora davvero la lezione.
La lezione comincia quando entrano le persone.
Osservare, prima ancora della centratura
C’è un momento che considero sempre più importante e che avviene ancora prima della centratura: osservare.
Come arrivano le persone? Come respirano? Che qualità ha il loro movimento? C’è stanchezza, agitazione, dispersione? C’è disponibilità, energia, rigidità? È un gruppo che conosco da tempo oppure persone che vedo per la prima volta?
Non significa pensare di poter capire tutto da uno sguardo. Sarebbe ingenuo. Significa però riconoscere che ciò che avevo preparato a casa è ancora soltanto una possibilità.
La classe reale comincia quando apro gli occhi e guardo chi ho davanti.
Ed è proprio lì che posso cambiare quasi tutto.
Posso rallentare. Posso togliere una parte della sequenza. Posso inserire una preparazione in più, modificare una permanenza, scegliere una variante, ridurre l’intensità, dare più spazio al respiro. Posso anche accorgermi che una postura che avevo immaginato come centrale, quel giorno, non è necessaria.
Lo scopo rimane la direzione.
Il percorso può cambiare completamente.
Una postura non arriva mai da sola
Prendiamo una postura apparentemente semplice come Trikoṇāsana.
Potrei chiedere direttamente di divaricare le gambe, ruotare un piede, aprire le braccia e scendere lateralmente. Tecnicamente potremmo anche entrarci.
Ma essere dentro una forma non significa necessariamente essere pronti per quella forma.
Prima posso avere esplorato la stabilità dei piedi, il rapporto tra bacino e gambe, il movimento laterale della colonna, la disponibilità del respiro nelle coste. Posso avere proposto Trikoṇāsana dinamicamente, entrando e uscendo con il respiro, prima di chiedere al corpo di rimanere.
Tutto questo non è semplicemente riscaldamento.
È già parte della postura.
Per questo mi piace pensare che un āsana non cominci quando assumiamo la forma. Comincia molto prima, quando iniziamo a creare le condizioni perché quella forma possa emergere senza essere imposta.
Preparare non significa allenare il corpo a obbedire. Significa rendergli la strada più leggibile.
Una pratica ha una grammatica
Una lezione non è una collezione di belle posture messe una accanto all’altra.
Potrei scegliere dieci āsana perfettamente validi e ottenere comunque qualcosa di frammentato. Come una frase composta da parole corrette che, insieme, non riescono a dire davvero niente.
Una pratica ha bisogno di una grammatica.
Qualcosa prepara. Qualcosa sviluppa. Qualcosa stabilizza. Qualcosa compensa. Una pausa permette di percepire ciò che è appena accaduto. Una respirazione può modificare la qualità con cui entreremo nella parte successiva. Un mantra o una meditazione possono diventare il punto verso cui tutto il lavoro precedente converge.
Per questo lo scopo non deve essere necessariamente una postura finale.
A volte gli āsana preparano il respiro. A volte il respiro prepara la meditazione. A volte il corpo viene utilizzato per esplorare concretamente un concetto prima ancora di comprenderlo con la mente.
La pratica ha una direzione.
Gli strumenti possono essere molti.
Preparare non significa conquistare
Negli ultimi anni è diventato molto comune costruire le lezioni intorno a una peak pose, una postura culminante. Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato. Può essere un modo intelligente di organizzare il lavoro.
Il rischio nasce quando tutto ciò che viene prima acquista valore soltanto perché ci permette di arrivare alla fine.
Come se la preparazione fosse un corridoio e la postura finale la stanza importante.
Io credo invece che ciò che accade lungo il percorso possieda già un valore proprio.
Posso preparare Śīrṣāsana lavorando sulla cintura scapolare, sugli avambracci, sulla stabilità, sull’orientamento e sul respiro. E poi, osservando la classe, posso decidere che quel giorno non serve salire sulla testa.
La pratica non ha fallito.
Forse abbiamo già incontrato esattamente ciò che ci serviva.
Questo cambia il modo in cui guardiamo il corpo. La postura smette di essere qualcosa da ottenere e diventa qualcosa da incontrare.
E gli incontri non sempre devono avvenire.
La sequenza non è una sceneggiatura
Per me questo è uno degli aspetti più interessanti dell’insegnamento.
Preparare una pratica è necessario. Sapere dove voglio andare è necessario. Ma altrettanto necessario è essere disposto a cambiare ciò che avevo immaginato quando la realtà della classe mi chiede altro.
La sequenza che preparo a casa è un’ipotesi.
La verifico sul corpo reale delle persone.
A volte funziona esattamente come avevo pensato. A volte devo modificarla poco. A volte molto. A volte posso cambiare quasi tutto, lasciando intatta soltanto la direzione.
Questo non significa improvvisare.
Significa non confondere la preparazione con il controllo.
Una buona struttura dovrebbe essere abbastanza chiara da accompagnare e abbastanza morbida da poter respirare.
Prima della forma, la persona
Alla fine, forse, costruire una lezione significa tenere insieme due cose.
Da una parte la precisione: sapere perché sto proponendo qualcosa, quale funzione ha, che relazione possiede con ciò che viene prima e con ciò che verrà dopo.
Dall’altra l’osservazione: ricordarmi che davanti a me non ci sono corpi astratti, ma persone reali.
Per questo, prima ancora della forma, prima ancora della centratura, prima ancora della postura che avevo immaginato, c’è sempre una domanda:
chi ho davanti oggi?
Lo scopo mi dà una direzione.
Gli strumenti costruiscono il percorso.
Ma è l’osservazione che mi permette di capire come attraversarlo davvero.
E forse è proprio lì, prima ancora che qualcuno chiuda gli occhi o muova un piede, che la pratica è già cominciata.
Ogni pratica lascia un’eco, qui provo a darle una voce.
Matteo Franceschini