Arjuna e la ricerca di una direzione
La Bhagavad Gītā, uno dei testi più importanti della tradizione spirituale indiana, comincia in un luogo piuttosto insolito per un insegnamento filosofico: un campo di battaglia.
Siamo a Kurukṣetra, nel cuore del grande poema epico del Mahābhārata. Due eserciti sono schierati uno di fronte all’altro e la guerra sta per cominciare. Su uno dei carri si trova Arjuna, un principe e un guerriero, accompagnato da Kṛṣṇa, che ha assunto il ruolo di suo auriga e che nel corso del racconto si rivelerà come il suo maestro divino.
Arjuna appartiene alla classe degli kṣatriya, i guerrieri. È stato educato a combattere, conosce le proprie capacità e, almeno apparentemente, conosce anche il proprio dovere. Ma quando chiede a Kṛṣṇa di condurre il carro fra i due eserciti e guarda davvero chi ha davanti, qualcosa cede. Tra i nemici riconosce parenti, amici, maestri, persone con le quali condivide un’intera storia. Ciò che fino a quel momento sembrava un’azione necessaria diventa improvvisamente insostenibile.
La crisi si manifesta innanzitutto nel corpo. Arjuna racconta che le membra cedono, la bocca si secca, il corpo trema e l’arco gli scivola dalle mani. Non riesce più a stare saldo e sente la mente vacillare (Bhagavad Gītā I.28–30).
È da questo smarrimento che prende avvio uno dei più grandi dialoghi filosofici della tradizione indiana.
Forse è anche per questo che la crisi di Arjuna continua a parlarci. Quando attraversiamo un momento difficile raramente ci rendiamo conto subito di essere davanti a un cambiamento importante. Molto più spesso ce ne accorgiamo perché qualcosa si modifica nel corpo, nei pensieri, nelle abitudini o nel modo in cui ci relazioniamo agli altri.
Io riconosco abbastanza bene ciò che accade quando entro in crisi. Da una parte mi blocco: lo sento nel corpo e nel modo in cui i pensieri diventano più rigidi, ripetitivi. Dall’altra compare un movimento quasi opposto, una ricerca verso l’esterno. Cerco qualcosa che mi stimoli, che introduca una novità: i social, Instagram, una nuova amicizia, un nuovo progetto. Qualcosa capace, almeno per un momento, di spostare l’attenzione altrove.
Mi chiudo e contemporaneamente cerco una via di fuga.
Ed è proprio osservando questo comportamento che mi sono chiesto che cosa accada quando il modo in cui abbiamo sempre affrontato la vita, improvvisamente, smette di funzionare.
Quando le vecchie risposte non bastano più
Una lettura psicologica interessante arriva dal lavoro dello psichiatra Gerald Caplan, tra i principali riferimenti della teoria della crisi.
Secondo Caplan, una crisi può emergere quando ci troviamo davanti a una situazione che non riusciamo più ad affrontare attraverso le nostre abituali strategie di adattamento e di risoluzione dei problemi. L’equilibrio precedente si interrompe, proviamo a utilizzare gli strumenti che conosciamo, ma questi non sono più sufficienti. La tensione aumenta e siamo costretti a cercare nuove risorse o modalità differenti di affrontare ciò che sta accadendo.
Questa prospettiva mi sembra particolarmente significativa perché ci permette di osservare la crisi anche da un’altra angolazione.
La crisi non coincide necessariamente con qualcosa di negativo. Può essere il momento in cui un’organizzazione precedente non riesce più a rispondere a ciò che la vita ci sta chiedendo.
Naturalmente questo non significa che ogni crisi sia positiva, né che dalla sofferenza debba necessariamente nascere qualcosa di migliore. Una crisi può ferire, disorganizzare e lasciare conseguenze profonde. Ma la rottura di un equilibrio può anche rendere possibile una riorganizzazione. Ciò che fino a quel momento era rimasto immobile diventa, almeno potenzialmente, modificabile.
In questo senso, la crisi può diventare uno stimolo alla trasformazione, perfino a una trasmutazione del nostro modo di essere e di agire. Non perché il dolore possieda in sé qualche virtù particolare, ma perché le vecchie risposte non sono più sufficienti.
Quando questo accade, spesso la prima reazione è intensificare proprio ciò che siamo abituati a fare. Possiamo cercare di controllare maggiormente, lavorare di più, riempire il tempo, evitare il problema o cercare continue conferme. Io riconosco soprattutto il movimento della fuga: se qualcosa mi costringe a stare davanti a una domanda che non so risolvere, una parte di me cerca velocemente qualcos’altro da iniziare, desiderare o immaginare.
Il problema, naturalmente, non è iniziare qualcosa di nuovo. La questione è comprendere quale funzione stia avendo quel comportamento. Mi sto realmente muovendo verso una direzione oppure sto cercando di sottrarmi a qualcosa che non voglio vedere?
Anche il conosciuto modello di Elisabeth Kübler-Ross può offrirci alcuni strumenti per riconoscere ciò che accade emotivamente durante una crisi.
Le sue cinque categorie — negazione, rabbia, negoziazione, depressione e accettazione — nacquero originariamente nell’ambito del lavoro con persone che affrontavano la propria morte e furono successivamente riprese anche in relazione al lutto. La ricerca ha però ampiamente criticato l’idea che costituiscano cinque tappe universali, attraverso le quali tutti debbano necessariamente passare nello stesso ordine.
Preferisco allora considerarle come possibili manifestazioni emotive della perdita e del cambiamento, senza pretendere di descrivere attraverso di esse ogni esperienza di crisi.
Possiamo negare ciò che sta accadendo, arrabbiarci perché la realtà non corrisponde alle nostre aspettative, tentare di negoziare per riportare tutto alla condizione precedente. Possiamo attraversare tristezza, abbattimento e senso di perdita oppure arrivare lentamente ad accettare che qualcosa sia cambiato. Questi movimenti possono convivere, alternarsi, ritornare o non presentarsi affatto. La depressione, nel linguaggio del modello, non va inoltre confusa automaticamente con una diagnosi clinica.
Nelle mie crisi riconosco soprattutto la negazione e la tristezza. In passato riconoscevo molto anche la rabbia, oggi decisamente meno. Ma ciò che mi destabilizza maggiormente è spesso la distanza fra quello che vorrei essere e ciò che, in quel momento, riesco realmente a vedere di me. La distanza tra l’immagine che avevo costruito e ciò che la vita mi sta mostrando.
Caplan e Kübler-Ross, pur partendo da prospettive differenti, possono quindi aiutarci a osservare aspetti diversi dell’esperienza: il primo ci permette di comprendere cosa accade quando le nostre strategie abituali non funzionano più; la seconda ci offre alcune parole per riconoscere possibili reazioni emotive di fronte a una perdita o a un cambiamento.
Non sono formule per risolvere una crisi, ma strumenti che possono aiutarci a comprenderla.
Arjuna arriva al punto in cui non sa più
Anche Arjuna, inizialmente, cerca delle ragioni.
Spiega a Kṛṣṇa perché combattere sarebbe terribile, immagina le conseguenze della guerra, parla della distruzione delle famiglie, della società e delle tradizioni. Le sue argomentazioni sollevano questioni morali profonde, che non possono essere ridotte semplicemente alla paura o all’incapacità di decidere.
Ma progressivamente emerge qualcosa di ancora più radicale: Arjuna non sa più quale sia la cosa giusta da fare.
Nel secondo capitolo arriva ad ammetterlo apertamente:
La mia mente è confusa riguardo al dharma. Ti chiedo di dirmi con certezza ciò che è bene per me.
È il senso del verso II.7, uno dei passaggi che considero più importanti dell’intero dialogo.
Prima ancora di ricevere un insegnamento, Arjuna riconosce di non possedere la risposta. La sua conoscenza, la preparazione, l’esperienza e il ruolo che ha sempre ricoperto non bastano più ad affrontare ciò che si trova davanti.
E forse anche nelle nostre crisi più importanti arriva un momento simile. Continuiamo a cercare di far funzionare le cose secondo i criteri che conosciamo, finché dobbiamo riconoscere che non sappiamo più quale sia la strada.
Ammettere di non sapere può essere un passaggio difficile, soprattutto quando siamo abituati a identificarci con le nostre capacità, le nostre convinzioni o il ruolo che occupiamo nel mondo.
Eppure è proprio da questa ammissione che, per Arjuna, comincia l’insegnamento.
Il guerriero e la trasformazione dell’azione
C’è una lettura della Bhagavad Gītā che trovo particolarmente interessante per comprendere questo passaggio.
Raphael, nel suo commento al testo dalla prospettiva dell’Advaita Vedānta, sottolinea come la Gītā, pur raccogliendo e armonizzando diverse vie dello yoga, contenga in modo particolare un insegnamento iniziatico rivolto allo kṣatriya, il guerriero, una via di realizzazione che passa attraverso l’azione.
Questa prospettiva ci permette di osservare la crisi di Arjuna oltre la sua dimensione psicologica.
Arjuna possiede già le capacità necessarie per combattere. Conosce la tecnica, è stato educato al proprio ruolo e sa ciò che gli viene richiesto. Ma tutto questo, improvvisamente, non basta più.
Ciò che viene messo in discussione è il rapporto che egli intrattiene con l’azione, con i suoi risultati e con la propria identità.
Nella lettura iniziatica proposta da Raphael, il campo di battaglia può essere compreso anche simbolicamente, come il luogo nel quale l’essere umano incontra il conflitto tra conoscenza e ignoranza, tra ciò che realmente è e ciò con cui continua a identificarsi. Non si tratta di negare il contesto concreto e religioso del testo, ma di cogliere un ulteriore livello di interpretazione.
È una prospettiva che trovo particolarmente fertile.
Se osserviamo nuovamente il lavoro di Caplan, vediamo che la crisi può emergere quando il nostro assetto precedente non è più adeguato. In Arjuna, il modo in cui fino a quel momento ha compreso se stesso come guerriero non basta più per affrontare la complessità della situazione.
La Gītā non lo conduce ad abbandonare il campo di battaglia. Attraverso l’insegnamento di Kṛṣṇa lo accompagna a trasformare il rapporto con l’azione, con il desiderio, con l’attaccamento ai risultati e con l’identificazione personale.
Da questa prospettiva, la crisi può diventare una soglia iniziatica: il punto in cui qualcosa della vecchia struttura deve essere rimesso in discussione affinché possa emergere una comprensione diversa.
Non sempre dobbiamo cambiare ciò che facciamo. Talvolta dobbiamo trasformare il luogo interiore dal quale agiamo.
Questo non equivale a considerare ogni crisi un’iniziazione. Significa riconoscere che alcune fratture possono aprire interrogativi che vanno ben oltre la ricerca di un nuovo equilibrio psicologico.
Ci costringono a domandarci chi siamo, a che cosa siamo legati e da dove nascano realmente le nostre scelte.
Che cosa devo fare, qui e ora?
È qui che incontriamo il tema del dharma.
Si tratta di una parola complessa, che non possiamo tradurre semplicemente con «vocazione» o «seguire ciò che sentiamo nel cuore». Nella Bhagavad Gītā il dharma richiama l’ordine, il dovere, la responsabilità, la condotta appropriata e il posto che ciascuno occupa all’interno di un determinato contesto sociale e cosmico.
Nel caso di Arjuna, la questione dello svadharma, il proprio dharma, è legata anche alla sua condizione di guerriero e alle responsabilità che ne derivano.
Sarebbe quindi scorretto trasformare l’insegnamento della Gītā in un invito moderno a fare semplicemente ciò che ci rende felici. Tuttavia, quando torno a leggere questo testo, c’è una domanda che continua a sembrarmi profondamente attuale:
Che cosa mi spetta realmente fare, qui e ora?
Per me è una domanda molto più difficile di quanto sembri, perché richiede innanzitutto di osservare le cose per quello che sono, senza continuare a sovrapporre alla realtà l’immagine che vorremmo averne.
Può accadere nel lavoro. Possiamo aver trascorso anni costruendo una professione, acquisendo competenze, sicurezza economica, riconoscimento e relazioni. Quel lavoro può essere diventato una parte importante della nostra identità, qualcosa attraverso cui abbiamo imparato a presentarci e a riconoscerci.
A un certo punto, però, possiamo accorgerci che ciò che abbiamo costruito non corrisponde più alla direzione che sentiamo di dover prendere. E allora la domanda non riguarda soltanto il lavoro, ma anche tutto ciò che abbiamo legato a quell’immagine di noi stessi.
Può succedere con una città, con un progetto, con l’idea che avevamo del futuro. E può succedere anche in una relazione. Intorno a una relazione possiamo aver costruito una casa, amicizie, abitudini, progetti, un intero ambiente che continua in qualche modo a mantenerci in quella condizione. Chiedersi se quella relazione funzioni ancora significa mettere in discussione molto più della relazione stessa.
Capire quale sia la direzione può diventare allora estremamente difficile. Perché scegliere significa anche assumersi la responsabilità delle conseguenze che quella scelta avrà su di noi e sulle persone che ci circondano.
A volte dobbiamo riconoscere che qualcosa non può più continuare nella stessa forma. Altre volte dobbiamo comprendere se il desiderio di cambiare nasca da una necessità reale oppure dalla difficoltà di attraversare un momento doloroso.
Non sempre la risposta è andarsene. Non sempre è restare.
Ed è proprio questo che rende necessario il discernimento.
Una crisi che ha cambiato la mia vita
Durante il Covid ho attraversato uno dei periodi più difficili della mia vita.
Mi ero appena operato a un ginocchio e ho dovuto, in senso molto concreto, reimparare a camminare. Contemporaneamente sono entrati in crisi altri aspetti importanti della mia esistenza. Il mio matrimonio è terminato, il rapporto con il lavoro che avevo svolto per molti anni è cambiato profondamente e, insieme a tutto questo, è cambiata anche la consapevolezza che avevo di me stesso e di ciò che desideravo fare.
Non sento il bisogno di interpretare quella sofferenza come qualcosa che dovesse necessariamente accadere perché io potessi crescere. Alcune esperienze fanno male, e non occorre attribuire loro una giustificazione spirituale per poterle attraversare. Il significato che eventualmente riusciamo a riconoscere può emergere molto tempo dopo.
Posso però guardare oggi a quel periodo e vedere che qualcosa della mia vita non poteva più continuare nella forma precedente.
Da quella frattura sono nate scelte che hanno modificato radicalmente il mio percorso. Ho lasciato il lavoro che avevo svolto per tanti anni e ho dato progressivamente sempre più spazio allo yoga, alla naturopatia, al lavoro corporeo e all’insegnamento. Sono cambiate le mie relazioni, le mie priorità e il modo in cui immaginavo il futuro.
Oggi riesco a raccontare tutto questo attraverso una successione abbastanza ordinata di eventi. Ma quell’ordine appartiene al dopo.
Quando siamo dentro una crisi non conosciamo ancora la storia che racconteremo di noi stessi. Non sappiamo se stiamo andando nella direzione giusta, se una scelta ci porterà sollievo oppure se dovremo rimetterla nuovamente in discussione.
Ed è forse proprio questa una delle cose più difficili da accettare: non poter vedere immediatamente dove ci porterà il cambiamento.
Pratica e non-attaccamento
Anche gli Yoga Sūtra di Patañjali possono offrirci alcuni strumenti per osservare ciò che accade.
Nei sūtra I.30–31 vengono descritti diversi ostacoli capaci di disturbare la stabilità della mente, tra cui il dubbio, l’inerzia e l’instabilità. Tra i fenomeni che possono accompagnarli troviamo sofferenza, abbattimento, tremore del corpo e alterazioni del respiro.
Naturalmente Patañjali non sta descrivendo una crisi psicologica nel significato clinico contemporaneo del termine. Ma è interessante osservare come, anche in questo testo, gli stati mentali e le manifestazioni corporee vengano considerati strettamente connessi.
Poco prima, nel sūtra I.12, Patañjali aveva indicato due strumenti fondamentali per la stabilizzazione della mente: abhyāsa e vairāgya.
Pratica e non-attaccamento.
Nel contesto degli Yoga Sūtra questi concetti possiedono un preciso significato all’interno del percorso yogico. Nella mia esperienza, tuttavia, offrono anche una chiave di riflessione per attraversare i momenti di crisi.
Abhyāsa mi ricorda l’importanza di continuare a coltivare ciò che permette alla mente di trovare maggiore stabilità. Per me significa tornare alla pratica yoga, alla meditazione, allo studio dei testi, al confronto con qualcuno, alla terapia. Sono strumenti differenti, che svolgono funzioni differenti, ma che possono aiutarmi a osservare ciò che accade senza esserne completamente trascinato.
Vairāgya aggiunge un elemento altrettanto difficile: imparare a non rimanere aggrappati alle immagini, alle aspettative e ai risultati che vorremmo ottenere.
Posso impegnarmi per comprendere una situazione e, contemporaneamente, riconoscere che non posso obbligare la realtà a corrispondere a ciò che avevo immaginato.
Le due cose devono procedere insieme. Anche la pratica può trasformarsi in una fuga, se viene utilizzata soltanto per non sentire. E il distacco può diventare una giustificazione per evitare responsabilità e decisioni.
È un punto che ritorna anche nella Bhagavad Gītā. Nel celebre verso II.47 Kṛṣṇa insegna ad Arjuna a non identificarsi con i frutti dell’azione, ma nello stesso tempo lo invita a non attaccarsi all’inazione.
L’insegnamento riguarda quindi il modo in cui agiamo, il rapporto che abbiamo con i risultati e la capacità di non essere completamente dominati dal desiderio di controllarli.
Non è un invito a rinunciare alla scelta.
La cosa più difficile è restare
Se osservo il mio modo di attraversare le crisi, la cosa più difficile per me non è trovare qualcosa da fare. Anzi, fare può diventare estremamente facile.
Posso aprire Instagram, pensare a un nuovo progetto, cercare nuovi stimoli, iniziare immediatamente a costruire un’altra possibilità.
La cosa più difficile è restare.
Restare abbastanza a lungo davanti a ciò che sta accadendo per comprendere se la spinta al movimento nasca realmente da una direzione oppure soltanto dal bisogno di non sentire l’incertezza.
E questo non significa rimanere immobili indefinitamente, né continuare a sopportare condizioni che ci danneggiano. Significa concedersi, quando è possibile, il tempo necessario per osservare, ascoltare, confrontarsi e distinguere ciò che stiamo vivendo dalle risposte automatiche che mettiamo in atto.
Per me significa anche accettare di non sapere subito.
In questo riconosco qualcosa di profondamente vicino al percorso di Arjuna.
La Bhagavad Gītā non termina con un guerriero che rimane paralizzato sul carro. Il lungo insegnamento di Kṛṣṇa lo conduce nuovamente verso l’azione, ma attraverso una comprensione differente del proprio ruolo, del proprio dovere e del rapporto con i risultati.
Verso la conclusione del testo, nel capitolo XVIII, Kṛṣṇa invita Arjuna a riflettere pienamente su quanto ha ascoltato e poi ad agire secondo la propria volontà (XVIII.63).
È un passaggio che trovo particolarmente significativo. Dopo avergli trasmesso il proprio insegnamento, Kṛṣṇa lascia ad Arjuna il compito di riflettere e di assumere una posizione.
Anche noi possiamo avere un maestro, una terapeuta, un amico, una persona capace di accompagnarci. Possiamo cercare nei testi una prospettiva che non avevamo considerato, oppure trovare nella pratica uno spazio di maggiore stabilità. A volte abbiamo davvero bisogno di qualcuno che ci aiuti a vedere ciò che da soli non riusciamo a riconoscere.
Ma tutto questo non elimina la complessità delle decisioni.
Non sempre sapremo se stiamo scegliendo bene. Potremo sbagliare, tornare indietro, modificare la direzione, comprendere qualcosa soltanto dopo.
Forse, allora, uno degli aspetti più importanti della crisi è proprio la possibilità di riconoscere ciò che non funziona più e interrogarci su come desideriamo e dobbiamo agire da quel momento in avanti.
La crisi non garantisce una trasformazione. Possiamo anche tornare alle stesse abitudini, ripetere i medesimi errori, ricostruire rapidamente l’equilibrio precedente. Ma qualche volta ci costringe a incontrare domande che fino a quel momento eravamo riusciti a evitare.
Il lavoro che faccio mi corrisponde ancora? Sto rimanendo in una situazione perché lo scelgo oppure perché ho paura di cambiarla? Ciò che desidero è davvero una direzione o è soltanto una forma di evasione? Quanto di ciò che considero me stesso appartiene alla persona che sono oggi e quanto a quella che sono stato?
Sono domande che continuo a farmi anch’io, senza avere sempre una risposta.
Forse possiamo cominciare imparando a riconoscere i segnali della crisi, le nostre negazioni, la rabbia, la tristezza, le fughe. Possiamo osservare il momento in cui continuiamo a ripetere una strategia che non funziona più e cercare strumenti che ci aiutino a comprendere ciò che sta accadendo.
Possiamo anche concederci il tempo di non sapere, senza dimenticare che arriverà il momento di scegliere.
Arjuna ha bisogno dell’intera Bhagavad Gītā prima di ritrovare una direzione.
Forse possiamo concederci anche noi un po’ di tempo per ascoltare ciò che una crisi sta mettendo in discussione.
E se dovessi lasciare una sola frase a qualcuno che oggi sta attraversando una crisi, sarebbe quella che continuo a ripetere anche a me stesso:
Osservati, ascoltati e non avere paura delle scelte che farai.
Ogni pratica lascia un’eco, qui provo a darle una voce.
Matteo Franceschini