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Perché abbiamo tanta fretta di uscire da Śavāsana?

Una riflessione personale tra tradizione, esperienza e silenzio

Una delle cose che mi ha colpito di più tornando a praticare nella tradizione Sivananda non è stata una postura difficile. È stato il tempo dedicato a non fare.

Śavāsana alla fine, lungo, senza fretta. Ma anche piccole pause in Śavāsana durante la pratica: dopo una postura il corpo torna a terra, si lascia il gesto, si osserva ciò che rimane.

All’inizio possono sembrare interruzioni. Poi si comincia a capire che forse sono parte della frase, non semplicemente lo spazio bianco tra una frase e l’altra.

Mi sono accorto di quanto siamo allenati al passaggio immediato: una postura, poi la successiva; un compito, poi il successivo; una notifica, una risposta, un’altra cosa da sistemare.

Anche nello yoga possiamo portarci dietro la stessa logica. Entriamo in āsana, eseguiamo, correggiamo, miglioriamo. E quando finalmente non c’è più niente da fare, una parte di noi domanda:

«E adesso?»

La Haṭhapradīpikā descrive Śavāsana come il giacere a terra come un corpo privo di vita e aggiunge che questa postura rimuove la fatica della pratica e porta viśrānti — riposo, quiete — a citta, la mente.

È interessante perché il testo non ci parla di performance. Non ci dice quanto bene dobbiamo rilassarci, quanto profondamente dobbiamo respirare o quale risultato dobbiamo raggiungere.

Parla di fatica e riposo.

Eppure oggi anche il riposo rischia di diventare qualcosa da fare bene.

Viviamo in una cultura che sa trasformare perfino la pausa in uno strumento: dormire meglio per rendere di più, meditare per essere più concentrati, fermarsi per ripartire più forti.

A volte abbiamo semplicemente reso produttiva anche la pausa.

Forse è anche per questo che Śavāsana può essere più difficile di quanto sembri. Finché c’è una postura da eseguire, abbiamo un compito. Possiamo aggiustare un piede, allungare una gamba, seguire un’indicazione.

Quando invece il corpo è fermo e non c’è più nulla da raggiungere, rimane soltanto l’esperienza di esserci.

Nella meditazione incontro spesso qualcosa di simile. Non è necessariamente il silenzio a essere difficile. È il momento in cui smettiamo di avere qualcosa da fare con quel silenzio.

Quando arriva il momento finale della lezione, osservo spesso quel piccolo impulso: muovere un piede, sistemarsi ancora, pensare a ciò che viene dopo, riaprire gli occhi un secondo prima.

Non per correggerlo.

Per accorgermene.

Perché forse la parte più interessante di Śavāsana comincia esattamente lì: quando non c’è più una postura da conquistare.

Questo non significa però che Śavāsana debba trasformarsi in una prova di bravura nel rilassarsi.

Per alcune persone rimanere immobili può essere scomodo. Il corpo può aver bisogno di sostegni, le ginocchia possono essere piegate o appoggiate, si può stare sul fianco, tenere gli occhi aperti oppure scegliere un’altra posizione di riposo.

La pratica dovrebbe creare le condizioni dell’ascolto, non imporlo.

Forse allora Śavāsana non è semplicemente la fine della pratica.

È uno dei luoghi in cui possiamo osservare più chiaramente il nostro rapporto con il fare, con il tempo e con l’idea che ogni momento debba servire a qualcosa.

E forse proprio per questo abbiamo tanta fretta di uscirne.

Quando non c’è più niente da eseguire, che cosa succede alla nostra attenzione?

Ogni pratica lascia un’eco, qui provo a darle una voce.

Matteo Franceschini