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Lo yoga dopo il palco: che cosa resta quando il festival finisce?

La scorsa settimana avevo scritto un articolo piuttosto critico sui festival yoga.

Mi interrogavo su quello che accade quando una pratica nata anche come possibilità di sottrazione — al rumore, alla prestazione, all’identificazione — entra nei meccanismi dello spettacolo, del marketing, dei grandi marchi. Quando il festival diventa sempre più grande, più fotografabile, più desiderabile. Quando anche lo yoga rischia di diventare qualcosa da consumare.

Poi sono andato a Òra YogaFest.

E forse la cosa più interessante è che non ne sono tornato né con la conferma rassicurante di avere ragione, né con il bisogno di smentire ciò che avevo scritto.

Sono tornato con una domanda migliore.

Quando sono arrivato a Lido di Fermo, la prima immagine è stata molto semplice: un corridoio di prato, le aiuole, la spiaggia accanto. Gli stand del mercatino. Qualche operatore olistico, artigiani, strumenti musicali, oli essenziali, oggetti anche costosi ma legati a un lavoro reale, concreto.

Poi il palco.

Non enorme. Non monumentale. Un palco giusto, direi. Con la scritta del festival e il mare dietro.

E soprattutto persone.

Quello che ho percepito fin dall’inizio è stato qualcosa di difficile da misurare ma piuttosto facile da riconoscere: apertura. Semplicità. Una certa assenza di bisogno di apparire.

Ed è proprio qui che la mia riflessione precedente ha cominciato a complicarsi.

Perché anche Òra è un festival. C’è un biglietto, ci sono stand, un’organizzazione, strutture da pagare, persone che lavorano. Sarebbe ingenuo immaginare che lo yoga, per essere autentico, debba esistere fuori dall’economia.

La domanda forse non è se il denaro debba entrare.

La domanda è: che cosa comanda?

Durante il festival non ho avuto la sensazione che il contenitore stesse mangiando il contenuto.

Sul palco ho visto insegnanti presentarsi senza costruire attorno a sé un’aura da personaggio. Ringraziavano per l’invito, guidavano la loro pratica e lasciavano spazio a ciò che stavano proponendo.

A un certo punto, mentre partecipavamo a un bagno sonoro, dall’altra area arrivava la voce di un’insegnante che conduceva una pratica: indicazioni semplici, precise, corpo, movimento, disciplina.

Quella sovrapposizione mi è rimasta impressa.

Da una parte il suono, dall’altra qualcuno che diceva di allungare un braccio, scendere con una mano, respirare dentro una posizione.

Niente di particolarmente spettacolare.

Eppure lo yoga era lì.

Ma c’era anche un’altra parte del festival che, almeno sulla carta, avrebbe potuto prestarsi molto più facilmente alla logica della performance.

Un’area dedicata allo yoga aereo, al lavoro sulle verticali, alla slackline, all’acroyoga.

Tutte pratiche in cui il corpo diventa più visibile, più tecnico, a volte anche più spettacolare. E quindi, almeno apparentemente, più esposto al rischio di trasformare lo yoga in abilità, esibizione o confronto.

E invece non è quello che ho visto.

Ho visto persone divertirsi.

Ho visto gioco.

Ho visto bambini.

Ho visto corpi provare, cadere, riprovare, sostenersi.

Anche lì la sensazione era di sobrietà.

Questo per me è stato importante, perché ha messo in discussione un’altra semplificazione possibile: non è necessariamente la forma più acrobatica o più scenica a svuotare lo yoga del suo senso.

Una verticale può diventare esibizione.

Ma può anche essere curiosità.

L’acroyoga può diventare performance.

Ma può anche essere fiducia, relazione, gioco.

La differenza, ancora una volta, sembra stare meno nella forma e più nell’intenzione e nel contesto che la sostiene.

Quando è arrivato il momento della mia pratica di haṭha yoga dedicata al Sole, ero emozionato. Avevo anche un po’ di mal di gola e la voce più bassa del solito.

Prima di iniziare, Nadia mi ha dato lo spazio per parlare di qualcosa che per me è importante: un’idea di yoga inclusivo.

Inclusivo economicamente, certamente, ma non soltanto.

Inclusivo rispetto ai corpi, alle esperienze, alle filosofie, ai modi differenti di entrare nella pratica.

Poi abbiamo cominciato.

La sequenza utilizzava movimenti ripetuti e il mantra sull’espirazione. A un certo punto le voci hanno iniziato a unirsi.

È stato forse quello il momento in cui non ho più visto davanti a me tante persone che stavano semplicemente partecipando alla stessa lezione.

Ho sentito un gruppo.

Non perché tutti facessero la posizione nello stesso modo. Non perché avessimo raggiunto una qualche perfezione coreografica.

Perché stavamo respirando e pronunciando qualcosa insieme.

Alla fine è partito perfino un piccolo applauso, quasi timido.

Mi ha fatto piacere, naturalmente.

Ma ripensandoci oggi non è l’applauso ciò che mi è rimasto.

Mi è rimasto quello che era successo poco prima.

Qualcosa di simile è accaduto nel Cerchio di Uomini che ho condotto con Federico Cardelli.

Normalmente i nostri cerchi durano tre ore, a volte tre ore e mezza. Qui avevamo un’ora.

All’inizio sembrava quasi che non sarebbe successo nulla: due uomini, forse tre.

Poi, mentre terminava una pratica nell’altra area, le persone hanno cominciato ad arrivare. Alla fine eravamo circa una decina.

Abbiamo aperto con una canzone di Federico.

Poi abbiamo chiesto agli uomini di mettersi a coppie, guardarsi negli occhi, tenersi per mano e raccontarsi.

Solo dopo hanno scoperto che avrebbero dovuto presentare al cerchio non se stessi, ma l’altro.

Mi piace molto questa immagine.

In un tempo in cui siamo continuamente invitati a raccontarci, mostrarci, costruire una versione comunicabile di noi stessi, per qualche minuto il compito era opposto:

ascoltare abbastanza bene da poter restituire qualcun altro.

Forse anche questo è ciò che può accadere in un festival quando il festival non occupa tutto lo spazio.

La mia posizione sulla dimensione economica, quindi, non è cambiata completamente. Anzi, sotto alcuni aspetti si è rafforzata.

Un festival ha dei costi. Ha bisogno di strutture, organizzazione, persone. Può aver bisogno anche di sponsor.

Ma oggi formulerei il problema diversamente.

Uno sponsor può essere uno strumento al servizio di un’idea.

Il punto di rottura arriva quando è l’idea a diventare uno strumento al servizio dello sponsor.

Non credo nemmeno che si debba avere paura dell’abbondanza.

Un evento può far lavorare un campeggio, un bar, gli operatori del territorio, gli insegnanti. Può generare relazioni, collaborazioni e anche economia.

La chiamerei, con tutte le cautele necessarie, abbondanza etica: qualcosa che circola senza diventare necessariamente il fine ultimo di ciò che stiamo facendo.

Òra mi ha mostrato soprattutto che la semplicità non impoverisce necessariamente un festival.

Può accadere il contrario.

Può togliere rumore.

Un pianoforte all’alba. Un harmonium. Una voce che intona un mantra. Un gruppo che parla seduto in cerchio. Qualcuno che prova una slackline. Due persone che si sostengono in acroyoga. Un bambino che gioca. Una conversazione nata tra due attività. Un insegnante che condivide ciò che ha studiato perché, prima ancora di insegnarlo, ne è stato trasformato.

Forse quello che distingue un festival da un grande contenitore commerciale non è l’assenza di palco, biglietti, stand o denaro.

È quello che continua a esistere quando tutte quelle cose vengono smontate.

Il giorno dopo io non mi sono portato a casa il palco.

Mi sono portato a casa persone.

Conversazioni con Andrea, Francesca, Federico, Federica e altri incontri avvenuti quasi lateralmente rispetto al programma ufficiale.

Mi sono portato a casa possibilità di collaborazioni future, piccoli semi per nuovi Cerchi di Uomini e per altri spazi dedicati al lavoro su di sé.

Prima la relazione.

Il resto, eventualmente, verrà.

Forse è questa la risposta che cercavo quando criticavo certi grandi festival.

Non dobbiamo necessariamente rinunciare al festival.

Dobbiamo continuare a domandarci che cosa stiamo celebrando.

Perché quando il festival finisce, lo yoga resta se l’unione non era soltanto il tema stampato sulla locandina; se le persone continuano a parlarsi, ascoltarsi e creare qualcosa insieme; se ciò che abbiamo ricevuto diventa qualcosa che possiamo restituire.

Il palco, prima o poi, viene smontato.

La domanda è che cosa rimane quando non c’è più niente da guardare.

Ogni pratica lascia un’eco, qui provo a darle una voce.

Matteo Franceschini