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La spiritualità non ti rende una persona migliore

L’essere umano dietro il maestro: fragilità, potere e responsabilità nel cammino spirituale

Ci sono persone capaci di parlare per ore di compassione, amore universale, consapevolezza e liberazione. Persone che hanno dedicato decenni alla meditazione, allo studio delle scritture, alla pratica yoga e alla trasmissione di insegnamenti spirituali. Alcune hanno fondato scuole e comunità, raccolto migliaia di allievi e contribuito profondamente alla trasformazione della vita di chi le ha incontrate.

Poi, qualche volta, emergono storie difficili da conciliare con tutto questo. Testimonianze di violenza, abusi, manipolazioni e rapporti di potere che sembrano contraddire radicalmente ciò che quelle stesse persone hanno insegnato.

La prima reazione può essere quella di considerarle dei falsi maestri, individui che hanno utilizzato la spiritualità esclusivamente per ottenere potere e riconoscimento. Talvolta questa interpretazione può cogliere aspetti importanti di una vicenda. Ma c’è una domanda ancora più difficile, soprattutto per chi crede profondamente nel valore di queste pratiche.

È possibile conoscere e trasmettere insegnamenti spirituali profondi senza aver sviluppato una corrispondente maturità umana?

Tendiamo ad associare la profondità spirituale all’integrità morale, come se meditare per molti anni, possedere conoscenze straordinarie o vivere esperienze interiori significative costituisse una garanzia del comportamento di una persona.

Eppure questa corrispondenza non è affatto scontata. E forse è proprio da qui che dovremmo cominciare a interrogarci.

Le storie che hanno incrinato l’immagine del maestro

Negli ultimi decenni alcune vicende hanno costretto importanti comunità spirituali a confrontarsi con comportamenti e responsabilità profondamente lontani dagli ideali che dichiaravano di perseguire.

In Australia, nel 2016, la Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse pubblicò un rapporto dedicato al Satyananda Yoga Ashram di Mangrove Mountain. La commissione esaminò gli abusi sessuali su minori avvenuti nel contesto dell’ashram negli anni Settanta e Ottanta, raccogliendo le esperienze di undici persone sopravvissute e analizzando il modo in cui l’organizzazione aveva risposto alle accuse rivolte al suo ex leader spirituale.

La documentazione della commissione mette in luce il ruolo che una determinata cultura del rapporto guru-discepolo e le dinamiche interne dell’ashram ebbero nell’ostacolare il riconoscimento e la denuncia degli abusi.

Una vicenda diversa riguarda il movimento Hare Krishna, conosciuto anche come ISKCON. Negli anni Settanta e Ottanta, in alcune delle sue scuole residenziali, le gurukula, si verificarono gravi abusi su minori. Nel 2005 venne raggiunto un accordo di circa 9,5 milioni di dollari nell’ambito delle azioni promosse da centinaia di ex studenti. L’organizzazione riconobbe pubblicamente la gravità degli abusi avvenuti in alcune scuole e comunità.

Nel 2020, invece, un’indagine indipendente condotta da An Olive Branch, commissionata da organizzazioni legate all’eredità di Yogi Bhajan, figura centrale nella diffusione del Kundalini Yoga secondo il suo metodo, concluse che molte delle condotte sessuali contestate al maestro erano più probabilmente avvenute che no. Si trattava di un’indagine indipendente, non di una sentenza penale: Yogi Bhajan era morto nel 2004.

Anche la storia di Bikram Choudhury, fondatore del metodo che porta il suo nome, ha sollevato questioni profonde sul rapporto fra successo, celebrità e autorità. Nel 2016 una giuria statunitense si pronunciò a favore della sua ex collaboratrice Minakshi Jafa-Bodden in una causa civile per molestie sessuali e licenziamento illegittimo.

Queste vicende non sono equivalenti. Hanno contesti differenti, responsabilità differenti ed esiti giudiziari differenti. Non possiamo utilizzarle per formulare un giudizio generale sulle tradizioni alle quali appartengono, né confondere le accuse con gli accertamenti.

Ci costringono però a riconoscere qualcosa: l’autorevolezza spirituale di una persona non costituisce una garanzia della sua integrità morale.

E quando il prestigio del maestro diventa un potere che nessuno può mettere in discussione, le conseguenze possono essere particolarmente gravi.

L’essere umano dietro il maestro

Quando incontriamo una persona che ammiriamo profondamente, può accadere di attribuirle qualità che non abbiamo realmente avuto modo di conoscere.

Un insegnante può possedere una conoscenza straordinaria dei testi, una sensibilità particolare nella trasmissione della pratica, una presenza capace di coinvolgere e ispirare. Da queste qualità possiamo arrivare a immaginare che sia anche emotivamente equilibrato, moralmente irreprensibile e in grado di orientarci in ogni aspetto della vita.

È qui che rischiamo di confondere la competenza con la maturità e l’ispirazione con l’infallibilità.

Un maestro continua a essere un essere umano. Può conoscere profondamente la propria tradizione e conservare paure, fragilità, difficoltà affettive e bisogni di riconoscimento. Può aver vissuto esperienze spirituali significative e non aver imparato a gestire il conflitto, la rabbia o la frustrazione.

Comprendere questa fragilità non significa però giustificare comportamenti dannosi. Una contraddizione personale, una difficoltà emotiva e una condotta violenta non sono la stessa cosa. La comprensione dell’essere umano non deve cancellare la responsabilità per le sue azioni, né spostare l’attenzione dalle persone che ne hanno subito le conseguenze.

Il problema diventa particolarmente delicato quando attorno al maestro si costruisce un’immagine nella quale la contraddizione non trova più spazio.

Il sociologo Max Weber descrisse l’autorità carismatica come una forma di potere fondata sul riconoscimento di qualità considerate eccezionali in una determinata persona. Il carisma può ispirare, unire e sostenere esperienze collettive importanti. Ma quando la fiducia diventa obbedienza incondizionata, il rapporto cambia profondamente.

Il dissenso può essere interpretato come mancanza di fede, una critica come manifestazione dell’ego, un dubbio come segno di insufficiente maturità spirituale. L’allievo rischia di non sentirsi più libero di esercitare il proprio giudizio, soprattutto quando la relazione con il maestro coinvolge anche appartenenza, identità, amicizie e sostegno emotivo.

Se un insegnamento promette libertà interiore, perché dovrebbe richiedere la rinuncia alla propria libertà di giudizio?

È una domanda che credo dovremmo continuare a porci, senza confondere il valore della trasmissione spirituale con l’obbligo di considerare infallibile chi la rappresenta.

Quando la spiritualità diventa una fuga da se stessi

Lo psicologo John Welwood ha introdotto un concetto che trovo particolarmente importante per questa riflessione: lo spiritual bypassing, che potremmo tradurre come aggiramento spirituale.

Welwood osservò come, anche all’interno di comunità sinceramente impegnate nella ricerca interiore, alcune persone utilizzassero idee e pratiche spirituali per evitare di confrontarsi con ferite emotive, difficoltà psicologiche e problemi relazionali irrisolti.

È un meccanismo sottile, perché può nascondersi proprio dietro comportamenti che sembrano esprimere grande consapevolezza.

Possiamo parlare di accettazione mentre stiamo evitando un conflitto. Possiamo invocare il non-attaccamento per non riconoscere il bisogno di essere amati. Possiamo utilizzare l’idea di trascendere l’ego per costruire un’identità fondata sulla convinzione di essere spiritualmente superiori.

E possiamo dedicare moltissimo tempo alla meditazione senza aver realmente imparato a riconoscere la nostra rabbia.

La spiritualità può diventare, in questi casi, una difesa raffinata. Un modo per conservare un’immagine positiva di noi stessi evitando di affrontare ciò che la contraddice.

Questo non significa che la meditazione produca tali comportamenti, né che le fragilità emotive siano automaticamente una forma di aggiramento spirituale. Significa riconoscere che il lavoro interiore può procedere in maniera disomogenea e che una profonda esperienza contemplativa non garantisce, da sola, una corrispondente maturità relazionale.

Trovo particolarmente significativo il fatto che Welwood riconoscesse questa tendenza anche in se stesso. Il problema, nella sua riflessione, non riguarda soltanto alcuni insegnanti che hanno fallito, ma una possibilità presente nel percorso di chiunque cerchi di superare la propria condizione umana senza averla realmente conosciuta.

Possiamo accumulare conoscenze spirituali senza aver imparato davvero a osservarci.

Ed è forse questa una delle contraddizioni che merita maggiore attenzione.

Il ricordo di sé e la capacità di riconoscere le proprie reazioni

Nel lavoro di George Ivanovich Gurdjieff, raccontato da P. D. Ouspensky in Frammenti di un insegnamento sconosciuto, troviamo una riflessione interessante sulla tendenza dell’essere umano a vivere attraverso automatismi e identificazioni.

Gurdjieff insisteva sull’importanza dell’osservazione di sé e del ricordo di sé, una pratica dell’attenzione attraverso la quale imparare a riconoscere contemporaneamente ciò che stiamo vivendo e noi stessi mentre lo viviamo.

Il suo insegnamento appartiene a un preciso sistema esoterico e non va confuso con una teoria psicologica scientificamente convalidata. Ma può offrirci uno spunto concreto.

Immaginiamo un insegnante che riceve una critica da un allievo. Può conoscere perfettamente i testi sul superamento dell’ego, parlare quotidianamente di consapevolezza e insegnare tecniche meditative sofisticate.

Ma che cosa accade dentro di lui quando qualcuno mette in discussione la sua autorità?

Si irrigidisce? Prova rabbia? Avverte il bisogno di difendere la propria immagine? Cerca immediatamente di dimostrare di avere ragione?

Ed è capace di riconoscere tutto questo prima di trasformarlo in parole e comportamenti?

Qui, per me, si apre una parte essenziale del lavoro interiore. Nell’imparare a vedere le nostre reazioni mentre emergono, soprattutto quando non corrispondono all’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.

La presenza non può limitarsi all’esperienza del silenzio durante una meditazione. Dovrebbe portarci anche a interrogarci su come ci comportiamo quando siamo feriti, contraddetti, spaventati o quando sentiamo minacciato il nostro bisogno di riconoscimento.

Naturalmente l’auto-osservazione non costituisce una garanzia contro comportamenti abusivi e non sostituisce la necessità di regole, confini e responsabilità professionali. Ci ricorda però quanto sia importante non confondere la conoscenza di una disciplina con la capacità di incarnarne gli insegnamenti nella vita quotidiana.

E forse sono proprio le relazioni il luogo in cui questo lavoro diventa più difficile.

Che cosa ci diceva Patañjali?

Mi sembra importante tornare alle fonti dello yoga, perché la dimensione etica non è un’aggiunta moderna alla tradizione.

Negli Yoga Sūtra II.30 Patañjali presenta gli yama: ahiṃsā, il non nuocere; satya, la veridicità; asteya, il non appropriarsi di ciò che non ci appartiene; brahmacarya, la continenza e la disciplina della condotta nel suo contesto tradizionale; aparigraha, la non-possessività.

Questi principi appartengono a un sistema filosofico e soteriologico ben preciso, ma mostrano quanto la condotta abbia un ruolo fondamentale nel percorso yogico.

Trovo particolarmente significativo anche il sūtra II.34. Patañjali vi considera le azioni contrarie agli yama, distinguendo quelle compiute direttamente, quelle che facciamo compiere ad altri e quelle che approviamo. Le collega a moventi come avidità, rabbia e confusione.

Senza trasformare impropriamente questo insegnamento in una moderna teoria della responsabilità istituzionale, possiamo riconoscervi uno spunto che riguarda anche le comunità spirituali contemporanee.

Che cosa accade quando una persona assiste a un comportamento dannoso e sceglie di ignorarlo? Quando un’organizzazione preferisce difendere la reputazione del proprio maestro piuttosto che ascoltare chi denuncia un abuso? Quando la fedeltà a un gruppo diventa più importante della responsabilità verso le persone?

La conoscenza spirituale non può essere utilizzata per sottrarsi a queste domande.

Se un insegnante parla di ahiṃsā ma agisce causando sofferenza, non è sufficiente ricordare quanto siano profondi i suoi insegnamenti. Occorre confrontarsi con ciò che è accaduto e con le responsabilità che ne derivano.

La pratica interiore e la condotta non possono vivere in due mondi completamente separati.

Insegnare significa continuare a essere allievi

Questa riflessione riguarda direttamente anche me.

Insegno yoga, studio le tradizioni spirituali e considero la relazione tra insegnante e allievo uno degli aspetti più preziosi della trasmissione. Nella mia formazione ho incontrato persone e insegnamenti che hanno contribuito profondamente a modificare il modo in cui guardo me stesso e la vita.

Continuo a credere nel valore di una guida. Credo nella disciplina dello studio, nel rapporto con una tradizione e nella possibilità che qualcuno, attraverso la propria esperienza, ci aiuti a comprendere qualcosa che da soli non riusciremmo a vedere.

Ma proprio per questo sento necessario interrogarmi anche sul ruolo che occupo quando sono io a insegnare.

Quanto sono disposto ad accogliere una critica? Quanto riconosco i miei limiti? Quanto riesco a distinguere ciò che conosco da ciò che non so? E quanto sono capace di osservare me stesso quando emergono reazioni che contraddicono i valori che cerco di trasmettere?

Non credo che insegnare yoga significhi aver raggiunto una condizione umana superiore. Credo, semmai, che comporti una responsabilità particolare: continuare a lavorare su di sé senza utilizzare il proprio ruolo come una protezione dalle critiche.

È una responsabilità che oggi deve trovare anche espressioni concrete. Il consenso agli aggiustamenti fisici, il rispetto dei confini personali, la trasparenza economica, il riconoscimento dei limiti delle proprie competenze, la libertà di dissentire e di interrompere una relazione educativa sono aspetti fondamentali.

Organizzazioni come Yoga Alliance hanno cercato di tradurre questi principi in codici di condotta professionale. Nessun codice, da solo, può garantire che non si verifichino abusi. Ma avere regole chiare, possibilità di segnalazione e responsabilità verificabili è necessario.

Un insegnante dovrebbe poter essere apprezzato senza diventare intoccabile, rispettato senza essere idealizzato e seguito senza richiedere l’obbedienza personale.

Dovrebbe anche poter riconoscere un errore senza percepirlo necessariamente come la fine della propria autorevolezza.

Forse una persona ha davvero qualcosa di importante da insegnarci anche attraverso la capacità di riconoscere ciò che deve ancora imparare.

La fine dell’infallibilità

Osservando le crisi che negli ultimi decenni hanno attraversato alcune comunità spirituali, mi domando se stia cambiando anche il nostro modo di rapportarci all’autorità.

Oggi, almeno in alcuni contesti, esistono maggiori possibilità di confrontare testimonianze, accedere a documenti, denunciare comportamenti e mettere in discussione figure che in passato sarebbe stato molto difficile contestare.

Questo non significa necessariamente che l’umanità stia diventando spiritualmente più evoluta. I cambiamenti culturali, giuridici, sociali e tecnologici contribuiscono a rendere visibili situazioni che prima potevano rimanere nascoste. E sappiamo bene che denunciare un abuso può essere ancora estremamente difficile.

Possiamo però domandarci se la progressiva messa in discussione dell’infallibilità dei maestri non rappresenti anche un’occasione per costruire relazioni spirituali più adulte.

Non credo che abbiamo bisogno di rinunciare ai maestri o di negare il valore della trasmissione. Possiamo continuare a riconoscere la profondità di un insegnamento senza attribuire automaticamente a chi lo trasmette una superiorità morale.

Possiamo distinguere la gratitudine dall’obbedienza, la fiducia dalla dipendenza, il rispetto dalla rinuncia al nostro discernimento.

E possiamo anche imparare a rivolgere a noi stessi le domande che poniamo così facilmente agli altri.

Perché sarebbe troppo comodo osservare le contraddizioni di alcuni maestri famosi e sentirci, per questo, dalla parte di chi ha compreso.

Anche noi possiamo utilizzare la spiritualità per costruire un’immagine rassicurante di noi stessi. Possiamo parlare di consapevolezza e non riconoscere le nostre reazioni. Possiamo meditare ogni giorno e continuare a ferire qualcuno attraverso le nostre parole. Possiamo cercare la liberazione e rimanere profondamente attaccati al bisogno di essere ammirati.

La conoscenza spirituale, da sola, non dimostra la maturità emotiva o l’integrità morale di una persona. Una pratica sincera può contribuire a trasformarci, ma questa trasformazione deve continuare a confrontarsi con le nostre scelte, con le relazioni e con le conseguenze dei nostri comportamenti.

Forse il lavoro su di sé comincia a diventare davvero profondo quando smettiamo di utilizzare ciò che sappiamo per proteggerci da ciò che non vogliamo vedere.

E allora la domanda che vorrei lasciare aperta riguarda ciascuno di noi, insegnanti e praticanti.

Quanto della nostra spiritualità siamo realmente capaci di incarnare quando la vita mette in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi?

Ogni pratica lascia un’eco. Qui provo a darle una voce.

Matteo Franceschini